Siamo nel pieno di una rivoluzione tecnologica. La progressione dell’innovazione ha reso disponibili nuovi fattori abilitanti una rinnovata competitività. Eppure tutto ciò non si è ancora tradotto in un aumento generalizzato della produttività.

Gli studi del Fondo Monetario Internazionale evidenziano come negli ultimi dieci anni gli indici di produttività siano peggiorati, un fenomeno che ha interessato e interessa, sia le economie avanzate sia le economie emergenti.

E’ una tendenza che ha subito un’accelerazione a partire dal 2008, anno in cui si è innescata la crisi finanziaria globale, ma che comunque si era iniziata ad evidenziare già nel precedente decennio. Un processo che secondo gli analisti è del tutto coerente con le dinamiche che precedono e seguono i fenomeni recessivi più intensi. Dai dati forniti dall’OCSE, vedi grafico, ci si accorge come nella gran parte dei Paesi, l’indice di produttività sia arretrato rispetto ai livelli pre-crisi e come l’Italia sia in assoluto il Paese meno virtuoso.

In questo periodo domanda e investimenti hanno subito un drammatico rallentamento che ha interessato l’intera economia del pianeta seppur con differenze profonde che si sono imposte all’interno delle diverse aree geografiche.

Storicamente è crescita della produttività a determinare i maggiori e concreti benefici. Si pensi per esempio che a un lavoratore americano sono oggi sufficienti solo 17 settimane di lavoro per compensare quanto guadagnato in un anno di lavoro nel 1915.

To become wealthier, a country needs strong growth in productivity—the output of goods or services from given inputs of labor and capital….. Higher productivity means the expectation of rising wages and abundant job opportunities Fonte: Mit Technology Review

Senza crescita di produttività questo elevamento economico non sarebbe stato possibile. E’ il fattore tecnologico ad essere stato decisivo nell’accelerazione di questo processo, fattore che viene oggi reso più dirompente dall’affermazione mainstream dell’intelligenza artificiale che potenzialmente sottende acquisizione di efficienza e competitività.

Il fatto che l’indice di produttività sia in stand-by – negli ultimi dieci anni l’FMI  stima che nelle economie avanzate la perdita sia stata del 5% di –  non è quindi di buon auspicio. Quali sono gli i macro elementi che influscono negativamente nell’acqusizione di nuova produttività?

  • Invecchiamento della popolazione – Il decremento di produttività è in parte ascrivibile all’invecchiamento della popolazione in quanto l’acquisizione e valorizzazione delle competenze è tanto più veloce, rapida ed efficiente quanto più giovane è il profilo anagrafico del singolo Paese.
  • Contrazione del commercio globale – L’espansione del commercio rende implicita l’adozione e l’investimento in nuove tecnologie con l’obiettivo acquisire nuova efficienza dando allo stesso tempo impulso alla diffusione e condivisione delle stesse al di là dei confini nazionali. Viceversa, una politica tendenzialmente protezionista, produce gli effetti opposti.
  • Persistenza di elementi associati alla crisi globale finanziaria
  • Assenza di fattori trainanti la competitività

In sintesi, l’aumento di produttività appare sempre più strettamente legato all’introduzione di innovazione e diffusione delle tecnologie, ma è altresì direttamente e proporzionalmente ostacolato dalla compresenza di più fattori frenanti.

Se non si eliminano questi ultimi, o quanto meno, se non si è in grado di attenuare il disvalore generato dalla conpresenza di questi elementi condizionanti, non si possono fare sostanziali passai avanti in termini di incremento di produttività.

Per quanto riguarda l’Italia condizioni negative continuano a persistere, riducendo il potenziale competitivo dell’industria nazionale. Secondo il Rapporto Globale sulla Competitività del Fondo Monetario l’Italia è al 43.mo posto su 184 paesi.

Le politiche protezioniste che sembrano oggi destinate ad imporsi sulla scena globale certo non aiutano a migliorare il quadro generale. Seppur in presenza di un una tendenziale ripresa economica, avviata a partire dal 2016, gli analisti economici intravedono nel breve periodo, la possibilità per l’Europa di un’attenuazione del ritmo di crescita che si è evidenziato negli ultimi due anni con una crescita area OCSE per il 2018/2019 stimata intorno al 2,5% contro una crescita globale del 5% circa.

La crescita economica globale registrata nel corso del 2017, pari al 3,8%, è stata di mezzo punto percentuale superiore a quella del 2016 ovvero la più alta sinora registrata a partire dal 2011. Una crescita che è stata in gran parte influenzata dall’aumento del commercio globale, i cui volumi di scambio sono aumentati del 4,9%.

Il calo della produttività genera inoltre distorsioni sul mercato occupazionale. E’ diventato un luogo comune associare l’introduzione di nuove tecnologie – in primis Intelligenza Artificiale, Automazione  e Robotica – alla riduzione dei posti di lavoro e alla contrazione salariale.

E’ una teoria semplificatoria poiché quanto sta avvenendo dimostra che il punto di maggiore criticità conseguente l’introduzione di un livello superiore di intelligenza tecnologica e quindi di produttività è piuttosto ascrivibile alla trasformazione del lavoro e alla domanda di nuove competenze.

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A questo riguardo appare chiaro che una delle leve per favorire questo sviluppo sia risposto nella capacità di mettere a punto un sistema di formazione adeguato. Ergo, investire nell’istruzione significa investire in un sostenibile futuro occupazionale.

In questi vent’anni l’acquisizione e diffusione di competenze e tecnologia, fenomeno che ha conosciuto una crescita più intensa nei paesi emergenti, ha consentito di sperimentare incrementi di produttività straordinari, nettamente più alti di quelli registrati nelle economie avanzate, dove di fatto si è andata invece affermando una stagnazione della produttività.

Accanto agli effetti negativi della globalizzazione vi è da riscontrare come la crescita sia indissolubilmente legata alla diffusione di conoscenza e acquisizione di tecnologia. L’interconnessione delle economie, si dimostra, ancora una volta, la chiave interpretativa e strategica per assicurare un potenziale sviluppo delle economie.