Big Data. Tutto quanto attiene a questa nuova dimensione di intelligence non è più appannaggio esclusivo di organizzazioni che devono trattare quantità astronomiche di dati. Significa, piuttosto, adottare una logica di business che vede nei dati una fonte di conoscenza e ispirazione per assumere nuove decisioni e iniziative, anche in organizzazioni tipicamente associate al mondo delle PMI.

Capire il presente per pianificare il futuro ovvero avere un approccio data driven. E’ questa la logica che sottindende l’utilizzo di Big Data nell’ambiente d’impresa. Una strategia che vede una correlazione sempre più forte e articolata tra ambienti di produzione OT e ambiente business IT.

Ciò che sottende il Big Data può, nei fatti, essere declinato nelle più diverse eccezioni con variazioni che possono fare leva su una combinazione delle famose tre V ovvero Volumi, Velocità, e Varietà. Occorre, infatti, tenere presente che l’obiettivo è trare vantaggio da un’analisi dei dati che supera i limiti dell’ambito transazionale aprendo nuovi orizzonti applicativi, vedi per l’appunto tutto ciò che può essere correlato all’IoT.

Ma siamo sicuri che si debba sempre e comunque relazionarsi a Big Data oppure è vero che questa stessa logica può essere applicata a Small Data? Uno degli aspetti chiave dell’approccio data driven è avere in mente uno scopo in base al quale fare le analisi sui dati che si ritengono pertinenti con obiettivi di ottimizzazione del business, indipendentemente dal fatto che siano pochi o tanti.

Se siamo d’accordo con questa affermazione abbiamo fatto un passo avanti poiché significa avere la presunzione che esistono opportunità di valorizzazione dei dati, in una logica data driven, anche all’interno di medie imprese che operano in contesti tradizionali.

Big Data, Big Data, Big Data. Questo termine è ormai entrato da qualche tempo nel nostro lessico quotidiano, dalle tv ai giornali, anche se spesso è usato con un’accezione confusa e fuorviante che non permette di comprenderne appieno il potenziale, innanzitutto per le imprese. C’è, infatti, un grosso fraintendimento legato alla parola Big Data che sta limitando il vantaggio competitivo delle PMI italiane. Il problema nasce dal fatto che ci si limita alla prima parte dell’espressione, Big, associandola solamente alla quantità di dati da elaborare, agli enormi flussi di informazione, e, quindi, alle grandi imprese.

Questa convinzione spinge le PMI e chi le dirige a giustificare il mancato ricorso al nuovo strumento tecnologico. La definizione di Big Data, invece, comprende le famose 3 “V”: Volume, Velocità e Varietà. Non solo grandi numeri, quindi, ma anche varietà delle informazioni e velocità di elaborazione. La somma di queste tre componenti permette di generare la quarta “V”, la più importante, il Valore. Un corretto uso dei big data permette, infatti, di creare valore per l’azienda.

La capacità di immagazzinare, conservare e analizzare i flussi di dati, integrando e rendendo omogenee informazioni destrutturate e strutturate, permette di generare un importante vantaggio competitivo. Questa è una delle frontiere dell’innovazione a cui le PMI devono necessariamente guardare. L’informazione è al centro di ogni decisione di business e l’analisi dei big data è ormai diventata lo strumento essenziale per apprendere indicazioni finalizzate ad acquisire nuovi clienti, a gestire in maniera più efficiente quelli già acquisiti e a delineare, consapevolmente, nuove strategie di business.

Grazie all’analisi dei Small/Big Data si possono ottenere analisi predittive, molto utili per affrontare, preparati, le future sfide aziendali. Esistono, infatti, delle piattaforme, ad alta velocità, che riescono a simulare situazioni e contesti molto complessi partendo da masse di dati incoerenti e modelli pre-programmati. In parole povere si può riprodurre virtualmente uno scenario reale con un margine d’errore che varia sulla base delle capacità del data scientist di programmare la piattaforma con i dati e variabili.